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un inizio

buio e zitto
dorme tutto, tutto immobile
la notte
un anticipo di sorriso che arriva da lontano
e scioglie un pezzo di sonno gelato

arriva il tempo di lasciare andare
ne trovi gli indizi dentro scatole piene di polvere,
fermate da nastro secco e timori antichi
le apri con circospezione e sai che ti scotterai le dita

scivolamenti di spazio
passaggi di tempo
ti sposti di qualche centinaio di metri
ti trovi trent’anni indietro
frammenti di un’esistenza benedetta di presenze e di assenza
di volti e parole e carta

il libro di storia di pedagogia del primo esame
‘Signorina, mi parli di Pestalozzi’
e quella lode portata a casa come fosse un colibrì di cristallo
piccola e preziosa
regalando gioia a chi, prima di te, non aveva potuto studiare
‘international presence here and now’
sul cartello delle manifestazioni a Tel Aviv
e la tesina scritta in Guatemala
sul potere curativo delle parole
e dispense sudate e sottolineate
pezzi di carta che attestano apprendimenti dimenticati

le lettere e i regali di chi ti ha amata
sconvolgono il cuore d’intensità
come un vortice che rapisce cui arrendersi, da cui lasciarsi confondere

oggetti che hanno inciso lo scorrere dei giorni e il sogno appassionato delle possibilità
un violino, una bicicletta, una bambola cui non si chiude un occhio

cartoline ingiallite di vecchi amici
che ancora sanno farti sorridere, da quell’angolo di cielo in cui sono svaniti

un astuccio in legno in cui respiri l’odore di nicotina e segatura
le mani di tuo padre
una cartella clinica che è tutto il tuo dolore
la pelle di tua madre

frammenti di luoghi che ti sono appartenuti
ed emergono violenti a definire il tuo contorno
fotografie di persone che ti hanno invitata alla propria tavola
ti hanno preparato i fumenti quando eri raffreddata
recuperata quando eri alla deriva
accompagnata nell’eccitazione di viaggi e scoperte
dato fiducia senza chiedere nulla in cambio

a testa in giù
sotto il coprifuoco
sedotta dalla gentilezza birmana
che rotoli su una duna
che ti immergi nel silenzio
impietrita dalla canna di un cannone puntato addosso
a piedi nudi nel deserto
sola nel ghiaccio dei balcani
accolta da un padre palestinese
dentro gli occhi liquidi di una donna dalle mani grandi e screpolate
nel rosso acceso di una promessa
arrampicata sugli alberi
con le ginocchia sbucciate
disordine ed impeto
dolcezza e velocità

lo sguardo di chi hai incontrato
le braccia di chi ti ha tenuta
le parole che ti hanno salvata
gli uomini e le donne di cui ti sei innamorata,
stupidamente come sempre ci si innamora
la tenerezza che hai perso e perso e perso

smarrita e forte
impavida e fragile
trovi tracce
scavi strati
respiri polvere
apri scatole e ti scotti il cuore

compare
inesorabile come la marea
intenso come il profumo del calicanto a gennaio
compare
un profilo
un disegno
il sapore spesso di un’identità sfrangiata
fiera e umile
integra e spezzata
oggetti che solo suggeriscono
la storia che non sai e non racconti

qui e altrove
adesso e attraverso mille passati già nel desiderio che conduce a domani

una fine
nel buio
in piedi

io
non ho paura

 

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This entry was published on January 14, 2016 at 11:14 pm and is filed under Uncategorized. Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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