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frammenti di testardo stupore
ci ricondussero a casa
pezzi di vento scostanti e immediati,
confusi e sognanti ci lasciammo sedurre
non eravamo nulla senza ritorno
e nulla saremmo stati senza partire
salpammo fieri di mille voli
dimenticando la nostra lingua, i nostri fuochi, il nostro stesso sapore
nell’ebbrezza di uno specchio privo di riflesso
cogliemmo l’identità dissimile che cercavamo
per essere quanto non osavamo sognare
poi d’un tratto un profumo consueto
e violento il rapimento verso l’altrove inteso
i passi smarriti non potemmo rintracciare
se non per brevi ombre, per fragili intuizioni
di qualcosa che pareva essere stato
essere appartenuto
un profilo in cui la nostra mano trovava corrispondenza
vagammo
tardammo
invano
l’oblio indolente a strappi restituiva
nomi composti di suono nuovo e antico
che rotolava tra le labbra
ninnato, ribadito, esplorato
ancora e ancora
a rintracciare aderenze sfuggenti e carpite
a rinvenire cose sempre osservate e mai viste
conchiglie spostate dalla risacca, cullate dalla sabbia,
respinte ed attratte
abbandonate e resistenti

frammenti di meraviglia ostinata
ci ricondussero a casa
e riconoscemmo vaghe scie di possesso
argini di significato
spiantati tentativi di racconto
a descrivere il cerchio imperfetto
di una storia d’amore
andante e riandante
da qui all’altro luogo
e dall’altro luogo a qui
per cercare soluzione all’unica domanda sicura e inespressa
che nell’errare scorge quiete
che nel silenzio avvera armonia

raccogliemmo argilla sconnessa per cucire strappi immaginari
respirammo scaglie di vetro liquido
danzammo mille candele tremule e le rabboccammo di cera e fuoco
nell’aria sottile spargemmo carezze di timo
attraversammo di blu crepuscolo gli occhi degli increduli
disegnammo per i più timidi primavere di carta e fango
per gli scomposti, i fuori luogo, gli storti, appendemmo culle di papavero alle lucciole più audaci
e colorammo solo per loro manti di gelsomino dal sapore viola

frammenti d’incanto caparbio
ci ricondussero a casa
bonificammo l’orgoglio con sabbia bollente
scartammo l’illusione di poter controllare il colore del cielo
imparammo a lasciare
senza deviare nuvole né imbrigliare i raggi del sole
rinvenimmo vecchie scatole di memoria stantìa e baldanzosa (riprendeva coraggio nel presentarsi al nostro cospetto)
vulnerabili ed esposti, inermi e smarriti,
nulla potemmo davvero, una volta a casa
e alla fine della notte, una notte inusualmente lunga
e chiara, di file di lampadine luccicanti e di cicale ubriache,
alla fine di quella notte
una luna fiera e ritrosa si chinò fino a noi
e l’unica parola che suggerì, la sola, pudica e sfacciata insieme, fu
perdono

31 dicembre 2915
rosita

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This entry was published on December 31, 2015 at 1:10 am and is filed under Uncategorized. Bookmark the permalink. Follow any comments here with the RSS feed for this post.

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